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Accabadora

By Michela Murgia

(4174)

| eBook | 9788858400098

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Book Description

«Acabar», in spagnolo, significa finire. E in sardo «accabadora» è colei che finisce. Agli occhi della comunità il suo non è il gesto di un'assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi. È lei l'ultima madre.

Critics

  • Accabadora

    Io non sono atea. Non posso professarmi cattolica, se non per background culturale. Vorrei tanto essere cresciuta in un ambiente ebraico. Solo per avere una – di numero – possibilità di capire Operazione Shylock . Il buddismo mi affascina, merito di ... (read full critics)

    ovunquelibri published on Fri, 17 Feb 2012

  • Accabadora

    A Soreni, un paese immaginario di una reale Sardegna degli anni Cinquanta, comincia la storia di Maria Listru, l’ultima femmina di una famiglia povera e di Tzia Bonaria Urrai, ultima madre di tanti figli, che senza pretendere nulla in cambio prende c ... (read full critics)

    mangialibri published on Fri, 17 Feb 2012

42 Reviews

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  • 13 people find this helpful

    Fragranti aromi, importanti interrogativi e incompletezza

    Prende un deciso slancio, svetta dall'inizio, impavido e folgorante, ma col procedere della trama, l'incanto continua a perdere quota, sgonfiandosi su sé stesso. Accenna alla fine a riprendere vigore, ma non ci riesce, annodandosi in una chiusa poco efficace, dovuta. Quasi una storia circolare, dall ... (continue)

    Prende un deciso slancio, svetta dall'inizio, impavido e folgorante, ma col procedere della trama, l'incanto continua a perdere quota, sgonfiandosi su sé stesso. Accenna alla fine a riprendere vigore, ma non ci riesce, annodandosi in una chiusa poco efficace, dovuta. Quasi una storia circolare, dalla struttura piana e alla ricerca della necessaria, esatta conclusione narrativa: questo è Accabadora, secondo chi vi scrive. Mi resteranno del romanzo di Michela Murgia gli intensi profumi di biscotti e pane fragrante, le mandorle, la magia di alcuni riti e consuetudini (non certo quelli in mano a Tzia Bonaria), il paesaggio sardo, selvaggio e misterioso. L'autrice aveva tutti gli elementi per un'opera potente che, anche se sostenuta da una scrittura felice, ha poi sviluppato con labile coerenza e un insussistente dispiego di pagine. Perché la incongruente parentesi torinese della protagonista Maria, fill'e anima? E perché non approfondire meglio il personaggio più riuscito e "portante", Tzia Bonaria, colei che finisce? Questo romanzo pone delle domande, importanti, ci fa riflettere, e ha una vita narrativa breve, per volontà dall'alto della stessa scrittrice, che paradossalmente si trasforma nell'Accabadora, inconsapevole?, dei suoi stessi personaggi. E questo si somma alle perplessità e agli interrogativi di fine lettura

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    Krodì80 said on Apr 13, 2012 about the Paperback edition | 10 feedbacks

  • 5 people find this helpful

    Iam te premet nox fabulaeque Manes

    Rischiando di ripetere ciò che hanno già detto altri meglio di me, dalla lettura di questo romanzo ho ricevuto un'impressione molto strana e spiacevole: comincia in modo sfolgorante, con temi e immagini di forte presa, scolpiti con sintetica efficacia; poi, un po' alla volta, la tensione del raccont ... (continue)

    Rischiando di ripetere ciò che hanno già detto altri meglio di me, dalla lettura di questo romanzo ho ricevuto un'impressione molto strana e spiacevole: comincia in modo sfolgorante, con temi e immagini di forte presa, scolpiti con sintetica efficacia; poi, un po' alla volta, la tensione del racconto si scioglie, le immagini sbiadiscono, la storia si sperde in diversi rivoli che un po' si riescono a seguire e un po' vanno spersi nella polvere. È come se un compositore, trovati un paio di temi musicali bellissimi, fosse però incapace di elaborarli: le modulazioni riescono insipide o strampalate, il soggetto gira a vuoto, gli sviluppi si fanno erratici e senza senso, a mo’ di quel che avviene nel Musikalischer Spaß di Mozart; solo che Mozart lo faceva apposta. Oppure, se si preferisce un paragone culinario, è come un soufflé malriuscito, che dapprima si eleva maestoso, ma tosto si affloscia in uno sgonfiotto sbilenco e sfiatato. Insomma, la Murgia parte bene ma si perde in corso d'opera: non solo l'intermezzo torinese si presenta prolisso, stonato e fiacco in rapporto col resto, ma, a ben guardare, anche prima di esso il racconto aveva già perso l’abbrivio. Pare al principio che s'incentri sulla figura di Maria; poi per un pezzo Maria quasi scompare, e l'attenzione si appunta tutta su Nicola: e in questa fase, che pure non rende affatto polifonico e policentrico il romanzo, dove infatti poi Maria ritorna ad essere l'unica protagonista insieme alla Tzia Bonaria, perfino i dialoghi e le descrizioni divengono più lunghi, e a tratti anche dispersivi. Solo alla fine il libro riprende quota: ma proprio da ciò viene il più forte rammarico, perché ci si rende conto di quale racconto breve perfetto sarebbe stato se condensato in una cinquantina di pagine, con tutti i silenzî, l’asprezza, la forza ruvida e sincera della lingua, dei rapporti umani e d’una civiltà contadina, che l’autrice aveva mostrato di saper ritrarre con affetto e capacità d’immedesimazione; e le promesse di bellezza non mantenute deludono più d’una mediocrità stilistica diffusa. Che se ne sia voluto fare un romanzo di centocinquanta pagine per pure ragioni editoriali? Non sarebbe fuori luogo sospettarlo, purtroppo. Mi spiace anche d’un inutile anacronismo che sfugge alla Murgia a p.84, dove una giovane Bonaria nel 1918 parla di cavalieri di Vittorio Veneto: eventualità remotissima, se non si vogliono sospettare nell’accabadora doti di profezia, visto che l’ordine dei cavalieri di Vittorio Veneto fu istituito solo nel 1968 dal presidente Saragat.

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    Asclepiade said on Apr 18, 2012 about the Paperback edition | 6 feedbacks

  • 3 people find this helpful

    Seguo Kelledda Murgia su twitter da tempo, e leggo tutto ciò che scrive sulla stampa. Non ho mai letto, invece, i suoi libri. E' una persona che stimo e ne apprezzo l'intelligenza curiosa. Finalmente mi sono deciso a leggere "Accabadora". Ero prevenuto come lo sono nei confronti dei libri che vincon ... (continue)

    Seguo Kelledda Murgia su twitter da tempo, e leggo tutto ciò che scrive sulla stampa. Non ho mai letto, invece, i suoi libri. E' una persona che stimo e ne apprezzo l'intelligenza curiosa. Finalmente mi sono deciso a leggere "Accabadora". Ero prevenuto come lo sono nei confronti dei libri che vincono premi famosi perché parto dal presupposto che siano "pilotati".
    E se questa cosa fosse stata vera anche per Michela Murgia ci sarei rimasto male.
    Invece il libro è splendido. E' letteratura pura. Lo stile della scrittura, la capacità di costruire con le parole le immagini e le scene mi ha ricordato la bellezza cristallina di Dacia Maraini. La storia è molto bella, avvincente, e racconta la Sardegna con affetto, discrezione e il rispetto per una cultura profonda e radicata, legata alla terra e ai caratteri delle persone che vi abitano. In questo libro le parole sono cesellate, scelte con cura, tagliate con l'accetta. E si legge con attenzione dalla prima all'ultima riga. I personaggi sono esemplari per struttura, per la nitidezza del carattere, per la profondità delle riflessioni e l'uso accurato dei dialoghi in cui non vi è mai una sola parola in più del necessario.
    Questo è un bel libro e Kelledda Murgia è una brava scrittrice.

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    Elfodavide said on Apr 9, 2012 about the Hardcover edition | 2 feedbacks

  • La Sardegna, un'isola che conosco molto bene, ma mi sono resa conto che non conosco nulla dei suoi abitanti.

    Strane usanze semplici,diffuse tra gente semplice, a cui non fanno venire dubbi né pensare che possano essere cose che non si possono fare.
    Questo romanzo mi ha fatto riflettere sull'affidamento e l'adozione di bambini e la burocrazia che ci gira intorno. Ma anche sul fatto che sia giusto far soffr ... (continue)

    Strane usanze semplici,diffuse tra gente semplice, a cui non fanno venire dubbi né pensare che possano essere cose che non si possono fare.
    Questo romanzo mi ha fatto riflettere sull'affidamento e l'adozione di bambini e la burocrazia che ci gira intorno. Ma anche sul fatto che sia giusto far soffrire chi sta vivendo una vita che non è più una vita e che, tra le sofferenze li condurrà alla morte.

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    stephanie said on May 20, 2012 about the Audio CD edition | Add your feedback

  • non ho dubbi: fra tutti i contemporanei la Murgia è a mio avviso l'unica ad aver azzeccato la proporzione giusta fra sintesi e poesia

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    Davide D. said on May 17, 2012 about the Hardcover edition | Add your feedback

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