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"Niente di meglio delle guerre prepara alla letteratura. Tutte le paci sono stendhaliane." -
Quando era già l'Immenso che rifiutava il premio Nobel sputandoci sopra con la giusta impronta nicotinica, una volta Jean-Paul Sartre scrisse che, da ragazzo, non riuscendo a imitare adeguatamente lo stile e l'acume del compagno di studi Nizan, non si lasciò sfuggire comunque l'occasione di "rassegn ... (continue)
- — Mar 22, 2012 | 2 feedbacks
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Seminario sulla gioventù
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" Pensare, e nemmeno sentire, non gli basta più, l'infinito della mente gli va già stretto, pensare tutto è solo un appredistato, scegliere le parole, i gesti, dare forma a un'intenzione, a un desiderio, a una... Volontà, sì, è il vero orizzonte di un uomo. Vivere fuori dal suo chiuso nella testa ... (continue)
" Pensare, e nemmeno sentire, non gli basta più, l'infinito della mente gli va già stretto, pensare tutto è solo un appredistato, scegliere le parole, i gesti, dare forma a un'intenzione, a un desiderio, a una... Volontà, sì, è il vero orizzonte di un uomo. Vivere fuori dal suo chiuso nella testa. "
Non avevo mai letto niente di Busi. Da più parti era giunta la voce che "Seminario", oltre ad essere stato l'incipit di una carriera letteraria, era stato considerato un capolavoro generazionale negli anni '80. Gli anni di Tondelli, di Pazienza, di Pazzi.
E leggiamo 'sto capolavoro, mi son detto.
Nel libro Aldo racconta Aldo. E questo si poteva immaginare. Quello che invece non potevo prevedere è stata la sorpresa di trovarci dentro le parole di uno scrittore autentico, con uno stile sapientemente eterogeneo e brillante, non della stanca macchietta caricaturale apparsa sui media degli ultimi quindici anni. Busi che buseggia in televisione è direttamente proporzionale all'aggrottamento dubitativo delle mie sopracciglia e inversamente proporzionale al talento espressivo che gli riconosco. Del resto l'involuzione personale di un'artista ormai è un cliché, perché tanti sono i casi di giganti ridottisi con gli anni a gigioneggiare con la propria ombra nana. Ma dei cliché di Busi non mi frega niente, visto che quando scriveva "Seminario" Busi non era Busi, e io ero ancora solo un'idea in testa a qualcuno.
Non mi sembra si tratti di un romanzo generazionale. Anzi. Non è una storia collettiva in cui potersi riconoscere nell'immediato, non ci ha ficcato dentro (intelligentemente) nessuno pseudo manifesto valoriale attira-repressi, non ha copiato schemi sorpassati o furbetti, non ha sguainato la spada di legno di masaniello, non ha avuto la protervia ingiustificata alla Hesse ("gggiovani semignoranti che volete darvi un tono fricchettone, eccomi, io sono il guru solitario intenso e saggio che coglie le stelle alpine sulla cima di Canazei, adoratemi").
Generazionale de che?
Busi ha scritto la sua storia con lo stesso approccio disincantato e feroce con cui Fassbinder girava i suoi film. Diversità stilistiche a parte, ça va sans dire. Al centro, solo la necessità, più che di raccontare un passato, di rivivere la sofferenza vissuta come unico sforzo possibile per giustificarne le ragioni, attraverso gli occhi di una comprensione nuova e magari attraverso il perdono, senza necessariamente darle un senso compiuto e definitivo e catartico o, peggio, pedagogico. Solo realismo brutale e delicatezza introspettiva. Perché la vita di un emarginato col vizio dell'emancipazione da tutto il pacchetto delle sovrastrutture cattocomuniste imposte alla propria nascita è allo stesso tempo dura nella spietata brutalità del reale e morbida nella rivoluzione che lavora attraverso il tunnel delle fantasie.
Tre fasi evolutive (perché di evoluzione di un'ambizione si tratta):
1- l'infanzia analfabeta nelle campagne di Montichiari, in mezzo agli stracci sudati della madre contadina e ai calci volanti dei maschi della casa, comparse verghiane che non riescono a impallare con la loro violenza provinciale la prima, confusa consapevolezza identitaria del protagonista.
2- L'adolescenza da lavoratore schiavo nei bar e nei ristoranti lombardi alla ricerca prima timida, poi forsennata, di un'occhiata compiacente che rispondesse alle sue pulsioni sessuali di giovanissimo Antìnoo (l'Italia degli anni '60, se possibile, doveva essere ancora più atroce di quella di oggi riguardo ai pregiudizi sull'omosessualità. La descrizione della timidezza che gli impedisce ai giardinetti di rivolgere la parola al ragazzo che legge il giornale è struggente ed evocativa di quell'Italietta là, appunto.)
3- La fuga all'estero, a vent'anni, nella città mito, Parigi, nel dedalo in cui perdere tutto, anche la propria ombra, tentativo di evasione dalla solitudine e invasione in tutto, nei corpi dei maschi conosciuti nei bagni pubblici; nella vita di una metropoli spietata con gli emigranti che hanno da sbarcare il lunario; nel mondo irresistibile della cultura in cui arraffare a testa bassa tutto quello che si può divorare: lingua, cinema, teatro, musica. Invasione nella vita beat che sognava come l'unica possibile già nell'aia di casa in mezzo alle galline e ai libri di scuola bruciati dalla madre. Una vita misera e libera, istrionica e raccolta, depravata e spirituale.
La vita parigina s'intreccia con gli aneddoti del proprio passato. Il fil rouge c'è, robusto, lungo tutta l'esibizione di personaggi e di aneddoti che s'incollano sul muro contro il quale Aldo va a sbattere di continuo per trovare un senso alla smania di autocoscienza: le tre Grazie francesi che adottano l'italiano randagio e lo assurgono al ruolo di barboncino d'intrattenimento tenendolo lontano da una verità che le avvolge e le tiene unite nel mutismo delle mancate rivelazioni; l'Amore, che si presenta una sola volta in carne ed ossa e spessissimo nelle vesti di spettro al quale confidare le proprie nostalgie; il pittore quarantenne sadico e frustrato che lo rinchude per due giorni e due notti in uno sgabuzzino costringendolo a conoscere l'esperienza del buio (la parte dello sgabuzzino è frutto di un autentico stato di grazia creativa. Da leggere e rileggere); la madre, arpìa e madonna, col suo odore muschiato di contadina trascurata, che gli trasmette geneticamente la predisposizione al dolore muto e inespresso; il vecchio generale alcolizzato, che nasconde tra le pieghe del passato un segreto pedofilo; il padre, totem mitologico, specchio irriflesso delle invidie e delle castrazioni subite; tutti gli amanti osservati, descritti, usati, annusati, goduti tra i vapori dei bagni turchi parigini. Un riconoscerli per riconoscersi, calore che evapora nel freddo solitario dell'uscita.
Aldo si fa in quattro per tutti loro. Per necessità, curiosità, morbosità, generosità. Si addossa le loro malattie senza rinunciare però agli antidoti che lo possano guarire all'istante e scappare altrove, via, lontano, dietro alla nuova scoperta da fare o all'ultimo ricordo da invocare.
L'ironia e il sarcasmo come corazza difensiva e offensiva da usare quando gli altri si fanno zavorre troppo pesanti.
La scoperta della bellezza del linguaggio e delle parole come unica vera emancipazione dal caos dell'esistenza e dalle crepe pericolanti dell'ignoranza ("Se il senso della vita è quello che gli danno gli altri, i suoni saranno la mia rivincita, il mio ariete di sfondamento" ).
Il movimento compulsivo senza apparenti direzioni come esorcismo della propria dis-grazia di essere un giovane ignorante, povero, solo, e per giunta omosessuale, in rincorsa sulla salita dell'emancipazione sociale in un'epoca sbagliata che guarda al futuro col mento rivolto al passato.
La staticità dei materassi sfondati, panchine di ferro, sedili dei treni, prati immerdati, sui quali scovare l'intuizione giusta che aiuti a trovare il bandolo della matassa.
E se la matassa non si decide a sbrogliarsi, se tutta la nuova esperienza vagabonda non è bastata, allora "la cambio io la vita che non ce la fa a cambiare me": un saluto alla Tour Eiffel e via verso un altro Paese, quello che sta dietro la Manica. Un altro vagabondaggio, un'altra entusiasmante e originale varietà di registri espressivi, un'altra pernacchia sbruffona in faccia alla morte che tanto può aspettare, un'altro schianto verso il peggio, "che una volta sperimentato, si ridure col tempo a un risolino di stupore."
"A pezzi o interi, non si continua a vivere ugualmente scissi?"
Non sarà un capolavoro. Ma è un libro sincero, che se ne frega dei giudizi, e questo basta.
(a chi dice che ci sia troppo sesso esplicito nel libro, rispondo che tra uno spruzzo di deodorante e l'altro arriva per tutti il sacro momento di annusare le puzze del mondo. Rispondo che l'eros è il simbolo extrasessuale per eccellenza.)
Soundtrack:
"Don't think", Lali Puna
"Lights", Interpol
Alessandro Mannarino, "Il Bar della Rabbia"
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