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Gerarchie del pensiero -
Il libro è una raccolta di articoli precedentemente pubblicati altrove, o interviste rielaborate.
Le ripetizioni sono parecchie, e la cosa non è piacevole.
Inoltre, manca un indice analitico.
Questo riguardo alla confezione editoriale.Passando ai contenuti.
Il libro fornirebbe dati e spunti ... (continue) - — Mar 8, 2012 | 2 feedbacks
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日本を決定した百年
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Tradotto, il titolo è: Cent'anni che hanno deciso il Giappone.
Ovvero, il secolo dal 1860 c.ca al 1970 c.ca, raccontato da Yoshida Shigeru (1878-1967), uno dei più noti primi ministri nipponici postbellici, una sorta di Alcide De Gasperi cogli occhi a mandorla.
Con la differenza che De Gasp ... (continue)
Tradotto, il titolo è: Cent'anni che hanno deciso il Giappone.
Ovvero, il secolo dal 1860 c.ca al 1970 c.ca, raccontato da Yoshida Shigeru (1878-1967), uno dei più noti primi ministri nipponici postbellici, una sorta di Alcide De Gasperi cogli occhi a mandorla.
Con la differenza che De Gasperi, come altri sui colleghi postbellici europei, governò dopo la caduta di un regime sconfitto e che avversava, mentre il buon Yoshida... be', diciamo che ha sostenuto il governo militare nipponico praticamente sino al 1945. Dopo la sconfitta s'è fatto qualche mese di prigione e poi è tornato in politica, posandosi a più riprese sulla suprema poltrona di governo e guidando il paese lungo l'arduo periodo della ricostruzione.
Tutto questo anche grazie agli americani, che inizialmente avrebbero ben voluto fare, anche in Giappone, le grandi pulizie, ma dopo essersi accorti che, tra Cina e Corea, in Asia il pericolo rosso era forse anche più minaccioso che in Europa, cambiarono idea e mantennero in piedi gran parte dell'establishment precedente.
Sarà anche per questo che di primo acchito il libro può risultare piuttosto buffo.
È una storia del Giappone molto edulcorata e semplificata, con attori principali la fibra morale del popolo nipponico e il coraggio e l'intelligenza dei suoi governanti.
Ma superata la reazione di ilarità (o di scandalo, se si vuole), può risultare comunque un'interessante confronto con una storia alternativa, dove torti e ragioni sono distribuiti in maniera piuttosto diversa da quella a noi abituale. La distribuzione di Yoshida è più (o meno) corretta della nostra? Forse prima si dovrebbe discutere l'idea che si possa parlare di storia in termini di bene e male. Ma proprio per questo il confronto è utile, perché può rivelare (a chi voglia porgere ascolto) quanto sia già fortemente eticizzata, e quindi sbilanciata, la narrazione storica in cui cresciamo e restiamo avvolti e che riteniamo invece non tanto giusta, ma assolutamente neutrale, e incontestabile (nelle sue enfasi e nei suoi silenzi).
Sostanzialmente il racconto di Yoshida comincia con un lungo elogio alla capacità nipponica di modernizzarsi dopo l'apertura forzata del paese, nella seconda metà dell'Ottocento.
Si parla molto dell'impegno e dell'accoglienza alle innovazioni del popolo giapponese, si parla moltissimo dell'imperatore Meiji (1852-1912), definito un "imperatore meraviglioso" (subarashii tennō), instancabile, intelligente, sensibile, illuminato, comprensivo verso i politici e vicino al suo popolo, e pure colto poeta (il suo ritratto termina con una delle sue poesie).
Si parla poco, pochissimo, di guerre e conflitti, interni o esterni che siano.
Viene citata di sfuggita la guerra civile che attraversò il paese (1868-1869) sancendo la fine del potere dello shōgun.
Viene detto molto poco delle guerre contro Cina (1894-1985) e Russia (1904-1905), e su cause, motivi e obiettivi delle stesse Yoshida resta sul vago, informandoci solo che sulla via della modernizzazione il Giappone fu "sventuratamente [sic!] costretto a combattere delle guerre".
Non è detto assolutamente nulla dell'occupazione della Corea (1910-1945). La Corea non viene citata mai, ma proprio mai mai, nemmeno nominata, almeno non prima del 1950, quando scoppia, appunto, la Guerra di Corea (1950-1953), guerra di cui si parla solo per sottolineare i benefici economici che portò al Giappone, sancendone il decollo verso il miracolo economico.
L'assassinio di Itō Hirobumi, nel 1909, è riportato, ma Yoshida omette di citarne l'autore, cioè un nazionalista coreano...
Viene detto che dopo la I Guerra Mondiale il Giappone si ritira da parti della Cina, ma non come fosse arrivato a occuparla. Si parla quindi della sorte dei coloni giapponesi in Manciura, minacciati e oppressi (!) dai cinesi, ma non viene spiegato come mai in Manciura ci fossero questi coloni.
Sempre parlando di Manciuria, è a causa dei sentimenti speciali (tokubetsu na kanjō) nutriti dai giapponesi verso questa terra, e da non meglio definite incomprensioni internazionali, che negli anni Trenta scoppia la nuova guerra contro la Cina (1937-1945).
Guerra che porterà allo scontro con gli Stati Uniti. La partecipazione del Giappone alla II Guerra Mondiale è definita come un "grande errore di calcolo" (ookii gosan), dovuto a militari sprovveduti.
Del resto, secondo Yoshida, molti giapponesi s'erano opposti alla guerra, imperatore in prima fila. È curioso notare che questa è l'unica occasione in cui viene citato l'imperatore Shōwa (1901-1989), più noto in Italia come Hirohito. Dopo la scomparsa dell'imperatore Meiji, i sovrani giapponesi è come se non esistessero. L'imperatore Shōwa torna in scena brevemente solo al termine del conflitto, oggetto d'un elogio sviolinante in quanto fautore di pace. Evidentemente parlar male dell'imperatore, in Giappone, è più arduo che farlo in Italia col papa (o col presidente della repubblica).
La II Guerra Mondiale è comunque ridotta al solo intervento in Cina: non viene detto nulla, ma proprio nulla di nulla, dell'attacco a Pearl Harbour, dell'occupazione delle Filippine, dell'avanzata nel Sud-Est Asiatico, degli scontri con gli Stati Uniti e inglesi e australiani.
Finita la guerra, cessano le sorprese. Questo perché, dopo il 1945, il punto di vista nipponico va grossomodo a riallinearsi e a diventar congruente con quello abituale anche a noi, quella narrazione della Storia condivisa da tutti i paesi presi, nel bene e nel male, sotto l'ombrello culturale (e militare) degli Stati Uniti.
Ma qui Yoshida si produce persino in un eccesso di zelo nei confronti dei nuovi alleati che, per la come la racconta tanto nuovi non sono, anzi! Difatti l'autore conclude che la stretta relazione tra Giappone e Stati Uniti non è solo necessaria, bensì naturale, e che così era stato fin dalle origini, fin da metà Ottocento... col conflitto mondiale a fare da piccolo, momentaneo incidente di percorso (altra cosa notevole: dell'attacco atomico su Hiroshima e Nagasaki non è detto nulla).
Interessante l'appendice al volume: scritti sparsi di stranieri sul Giappone loro coevo, da fine Ottocento sino ai tempi più recenti.
Recenti rispetto alla pubblicazione del volume, cioè i tardi anni Sessanta.
Ebbene, l'ultimo scritto riporta alcune previsioni per il Mondo del XXI secolo: immaginando che tutti i paesi continueranno a crescere nella loro economia, la differenza sarà fatta dal "carattere" dei rispettivi popoli, e soprattutto quindi dalla tenace e diligente volontà giapponese di crescita e miglioramento, a differenza di quella Occidentale, ormai soddisfatta della propria prosperità, e adagiata nell'immobilismo; quindi nel XXI secolo la potenza dominante sarebbe dovuta essere il Giappone, mentre ben poche speranze si sarebbero dovute riservare alla Cina, condannata dalle proprie caratteristiche all'arretratezza economica...
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